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Associazione Villa Pulcini Onlus 02010 Villa Pulcini di Leonessa (RI) |
Come in ogni paese che si rispetti anche Villa Pulcini ha
le sue tradizioni e le sue storie (puramente fantastiche ma sempre con un
fondo di verità) che si tramandano da generazioni. In questa sezione
troverete la prova che nulla viene dimenticato o messo da parte e che
queste storie, leggende e filastrocche sono vive più che mai nei ricordi
delle persone. Per chi non ne è a conoscenza o per chi se le ricorda a
malapena VillaPulcini.it propone un ripasso generale aiutata dall'ottimo
libro, edito da Il Cerchio e acquistabile direttamente presso
alcuni punti vendita di Leonessa, "MIO PADRE MI DISSE" che raccoglie
preziose testimonianze di informatori ben noti nel nostro paese: Gina
Pulcini (inf. 1), Terzina Biricocoli (inf. 11) e Michele Fagiani (inf.
12). Buona lettura quindi e, solo per alcuni, buon ripasso!
"MIO PADRE MI DISSE"
Il Cerchio
"MIO PADRE MI DISSE"
Tradizione, religione e magia sui monti dell'Alta Sabina
di Mario Polia e Fabiola Chàvez Hualpa
Editore: Il Cerchio iniziative editoriali
Lingua: Italiano
Pagine: 315 circa
Edizione: Luglio 2002
ISBN 88-8474-015-0 |
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Religiosità popolare
pag. 42
La preghiera che segue, invece, è stata raccolta a Villa Pulcini
Io me ne vado a letto
co’ l’angelo perfetto,
co’ l’angelo maggiore,
co’ Cristo Salvatore,
co’ santa Margherita
che Dio ce benedica.
Sul letto ce stau quattro angeli,
due da piedi e due da capu,
‘n mezzu a casa la Madre Maria
e l’angeli tutt’attornu
che vannu pe’ lu mònnu
Il ceppo di Natale
pag. 82
Vi era anche l’usanza di accendere nel camino, la notte di Natale, il
fuoco più robusto dell’anno perché, col suo calore, riscaldasse il
bambinello Gesù appena nato, credenza che si accorda con la precedente.
Verso mezzanotte, il più vecchio di casa prendeva in bocca un sorso di
vino buono e lo spruzzava sul fuoco che ardeva dicendo
Ceppo, ceppone,
morte pel ceppo
e vita pel padrone
La cavalcata degli spiriti: "La
scarvargata" pag. 189
Anche questo tema si ricollega al tema della "cavalcata selvaggia" (wilde
Jagd) o dell'"orda furiosa" (wutenden Heer) presso i germani - una masnada
di spiriti di morti montati su cavalli neri, guidati da Odino - ed al tema
del folklore medievale francese della Chasse Arthur dove un orda di
dannati a cavallo insegue una vittima, spesso una donna. La "scavargata"
leonessana sovrappone il tema mitico a una storia di sangue, che
assicurano realmente avvenuta, i cui protagonisti sono una coppia di
fidanzati uccisi a tradimento dai genitori della ragazza che non volevano
il matrimonio. La "scavargata" si manifesta di notte in un fosso, in
prossimità di Villa Pulcini, con un furioso inseguimento della vittima da
parte di fantasmi montati a cavallo.
Il tesoro di san Giovenale
pag. 194
Questa leggenda proviene da Villa Pulcini nel cui territorio esiste una
località con questo nome (appartenente al Sesto di Forca Melone) dove, un
tempo, vi era una chiesina, di cui restano scarse vestigia, dedicata al
santo. Narra la leggenda che ivi è sepolto un ingente tesoro ma, per
impossessarsene, oltre a dover lavorare di notte, occorrono tre fratelli
nati dallo stesso parto. Uno di essi deve portare una lampada, uno gli
attrezzi di scavo e l’altro una ciotola di latte di mucca. Il latte serve
per rendere inoffensivo l’enorme serpente che, insonne, custodisce il
tesoro. Essendo questi, come tutti i serpenti, ghiotto di latte, si
abbevera alla ciotola dando il tempo allo scavatore di dissotterrare le
occulte ricchezze. La leggenda rivela la sua arcaicità: serpenti posti a
guardia di tesori sono noti, oltre che nel folklore odierno, nei miti
classici, basti pensare al serpente Ladone custode del Vello d’Oro, o ai
draghi germanici che vegliavano su tesori sotterranei.
Preghiera delle ragazze da maritare
pag. 242
Le giovani nubili erano devote a San Pasquale e, oltre ad assistere alla
novena di cui abbiamo trattato, chiedevano di poter vedere in sogno il
futuro marito e, un po’ per celia e un po’ convinte, usavano recitare una
formula che diceva:
San Pasquale Bailonne
protettore de le donne
fammi ave’ ‘n bònu marito
biancu rusciu e culuritu
come te tale e quale,
o glorioso San Pasquale
Se la donna o l'uomo restavano
vedovi pag. 257
Quando una donna restava vedova, dopo i primi due anni di lutto prescritti
dalla tradizione, poteva risposarsi. Il nuovo matrimonio diveniva in
pratica obbligatorio per quelle vedove a carico delle quali vi era un
certo numero di figli. La dote della vedova passava a far parte della
nuova famiglia. Nel caso di morte della moglie, invece, tra le famiglie
povere dell'altopiano, ovvero nella stragrande maggioranza dei casi, il
vedovo si sposava con una sorella della defunta moglie. Perchè? Ce lo
spiega la nostra informatrice: "Perchè così li genitori no 'je dovevano
rifà la dote! [ride] Eh, c'era la dote della sorella! perchè de povertà ce
n'era tanta, specialmente ne le famije grosse". (V. Pulcini, inf.1)
Leggende sul diavolo
pag. 195
Riportiamo una leggenda che ha per protagonista il diavolo e San Martino.
In questa leggenda, come in quasi tutte le narrazioni di questo tipo
raccolte sull’altopiano, il movente che spinge il protagonista a firmare
il patto col diavolo è la “fame nera” e “la disperazione”. L’estrema
povertà – in cui versava un tempo la gran parte della società rurale –
ammonisce il racconto, può spingere le anime più deboli, quelle che non
confidano pienamente in Cristo e nei santi, o che non ricevono l’aiuto
richiesto, a rivolgersi al diavolo per “disperazione”, ossia, secondo il
significato del termine, perché non si ha speranza, o non si spera più. E
il diavolo, sempre in agguato, interviene prontamente. Più prontamente di
Dio e dei santi, si sarebbe tentati di concludere, concedendo al povero
padre di famiglia, in cambio della sua anima, pane e denaro per moglie e
figli. In tutta questa penosa vicenda Dio non è neppure nominato: in
apparenza è assente, spietatamente indifferente. Giunto il tempo in cui il
diavolo viene a richiedere l’anima secondo il patto, tuttavia, l’insonne
misericordia di Dio interviene inviando in aiuto del povero incauto un
santo potente, il guerriero Martino. Questi ha ben altri mezzi per lottare
contro il diavolo, spezzare il patto e restituire a Dio l’anima che il
sangue del Figlio ha salvato. Il santo arriva nelle sembianze di povero
viandante affamato: chiede un piatto di minestra e il ricco, un tempo
anch’egli povero e affamato, sebbene attanagliato dalla disperazione per
la morte imminente e per il baratro infernale che gli si spalanca sotto i
piedi, gliela concede di cuore. L’atto di bontà ha il sopravvento sul
male. La tragedia si conclude a lieto fine: il santo guerriero non usa né
lancia né spada, bastona il diavolo con un umile strumento da cucina: “lu
stennrellu” di legno di faggio con il quale le donne stendono la pasta.
Vita contro morte. Il modesto benessere guadagnato con il sudore della
fronte contro la desolazione dell’errore e della pena eterna. Il calore
buono del focolare contro le fiamme dell’inferno. La povertà è cattiva
consigliera: Dio lo sa, per questo assolve il peccato di disperazione del
povero e, salvandolo, gli dimostra il suo amore. Narrazione esemplare,
dunque, che acquisisce pieno significato solo se riportata al clima in cui
la leggenda si formò: quello di una società povera ed emarginata, esposta
all’arbitrio della natura e al sopruso dei ricchi (Villa Pulcini, inf.1):
“ Allora, mo c’era ‘n signore che era
in piena povertà, nera proprio, era la fame nera e, dalla disperazione,
una notte se vende l’anima al diavolo. Allora venne a patti col diavolo e
( il diavolo) je disse: <<guarda, io te faccio
campà trent’anni, in questi trent’anni sarai pieno de ogni ricchezza, de
ogni cosa, però da qui a trent’anni, quannu che mori, l’anima me la pijo
io>> Questo dice: <<va bene, va bene,
non te preoccupà>> e rimando d’accordo cucì. Ormai era alla
disperazione pé la fame sua e de tutta la famija che ci aveva i fiji che
ormai se stavano facennu grandi. Arriva a casa e trova, davanti alla
porta, ‘na valigia piena de sordi. Pija ‘sta valigia, lu giornu doppu se
compra ‘na tenuta, ma ‘na tenuta!.... Cominciò a comprà cavalli, vacchi,
picure…. Li fiji, la moje: <<ma comm’ha fattu! Ma
do...?>> <<‘n ve preoccupate, ‘n ve
preoccupate, ce penso io>> ‘n altra tenuta che je confinava,
avevano fattu ‘ncastellu, propiu ‘na meravijia. "
“Mo li fiji s’erano fatti grandi,
avevano pijatu moje, s’erano sposati artre ragazze ricche (…)’Ntantu eranu
passati pure l’anni, passavano l’anni e questu mo cominciava propriu a
diventà mmalinconicu perché cominciavano a scade’ li trent’anni e sapeva
che je se doveva pijà l’anima ‘l diavulu. Allora, tante vorte, li fiji <<A
papà, ma ‘nvece d’esse tuttu contentu, guarda quantu benessere (…) ‘n te
ricordi la fame ch’avimu patita? Dice, io te vedo sempre triste ma...>>
<<Eh, dice, fiju mia (…) non so triste>>
dice. ‘N zomma, eh, cercava a tranquillizzà li fiji però lui ma era
triste, triste.”
Passa ancora ‘l tempo (…) e era
arrivatu il giorno che a mezzanotte lui doveva morì. Era disperatu neru
(…) proprio no’ ne poteva più! La sera facea ‘n tempacciu: l’acqua, ‘l
ventu, li tuoni… E capita ‘n veccittu ch’annava accattennu, annava èe’
elemosina. Dice: <<Buonasera, signò, pozzo entrà?
‘n piattu de minestra…>> Dice: <<Entra,
entra, mèttite a sede>> Mo l’ardri steannu tranquilli, ‘n festa
mentre (…) lu padrone, s’era rentiratu in un cantucciu tuttu triste.”
“ E quiji dice <<Ma
perché non mangi co’ l’altrti?>> <<Ma
io, je dice, me sa meju sta’ qui a mangiammo ‘n piattu de minestra da solu,
dice, sapessi che tristezza c’ho nell’anima!>> <<Ma
perché, che t’è successu? Vedu tantu benessere…>> <<Lo
so, ma tu non sa’ la storia mia com’è andata.>> <<E
com’è andata?>> <<Eh, com’è andata!>>
E quissu racconta tuttu…>> <<Eh bè,
dice, beh mo non te disperà: se pozzo t’aiuto io>> <<Come
fai chè quiju è ‘l diavolo?>> <<Eh,
beh, cercherò ‘n quarghe modu da…>>"
“Quannu che comincia a arrivà
mezzanotte, eccu da la montagna vie’ giù (…) fòcu de furmini, de saette,
eh!... Se fermavano davanti a la porta perché quistu era San Martinu,
quistu vecchiu: je faceva tutti segni de la croce e ‘l diavolu non poteva
entrà. Mo, San Martinu, s’avea presu su le mani lu stennarellu che la moje
de quistu ce facea li tajulini. Mo ‘l diavolo pur d’entrà va su la
macchina, sradica ‘na cerracchia [un querciolo] e va giù e entra a perte
dietro pè non vedè le croci che je facea San Martinu. Quannu che quissu
entrava a parte dietro, San Martinu ‘gni torturata (bastonata) co’ lu
stennerellu!... Quissu la cerracchia ch’avea portata no’ la potea
maneggia’ tantu facilmente perché je ‘mpicciava da tutte le parti e San
Martinu co’ lu stennerellu torturate la’ ‘lla capoccia! Durarunu lì quell’ore,
chiappava, revenia, jia all’assardu. A la fine se stufò e se n’è andatu.
‘L diavulu se n’è andatu e San Martino ha liberato l’anima de quel
poverettu. <<Gesù, dice, ‘l Padre Eternu, m’ha
mannatu qui (…) tu da la disperazione, si, hai fattu [il patto col
diavolo] però ‘n fonnu la tua vita sei statu ‘na brava persona e hai fatto
del bene a tant’altra gente, sei statu generoso co’ li poveri e allora,
dice, ‘l Padreterno m’ha mannatu a sarvatte l’anima dal demonio>>”.
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